Alberto Bastianelli

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Non potevo perdere l’occasione di scambiare una chiacchierata con Alberto Bastianelli. Il suo disco d’esordio è magnifico, le canzoni sono notevoli e la sua voce è da sogno, per timbro e per tecnica. Vediamo allora di conoscere meglio questo rock vocalist nostrano dalle grandi qualità.

Ciao Alberto, piacere di averti qui. Allora, quando hai cominciato a cantare? Com è nata la passione per questa nobile e stradaiola arte che è la musica?

Ciao Marco, piacere mio. Canto praticamente da quando ero piccolo, è sempre stata una passione enorme. Le prime vere lezioni di canto ho iniziato a prenderle intorno ai 18 anni e non ho mai smesso di studiare…

Oltre che cantante, sei anche pianista. Ce ne vuoi parlare?

In realtà non sono pianista, suono il pianoforte che è diverso eheheh! Avevo iniziato a studiarlo a 14 anni, ma un po’ l’insegnante cecoslovacca, un po’ il solfeggio, dopo un po’ mi sono stancato. Poi intorno ai 25 anni ho avuto la fortuna di conoscere il M° Carlo Pari, noto pianista italiano, che oltre ad essere un grande insegnante è un caro amico,e con lui mi sono divertito a seguire un metodo non proprio “canonico”: mi piaceva studiare le armonie jazz, piuttosto che i costrutti di Morricone, passando per i brani di Freddie Mercuri; insomma con Carlo sperimentavo quello che mi piaceva, come ho sempre fatto nella musica.

Quali sono i vocalist che ti hanno influenzato e ispirato?

A 17 anni avevo una tribute band dei Guns’ n Roses e Axl mi piaceva molto, allora non guardavo troppo alla tecnica, ma quell’uomo mi comunicava molte emozioni e il suo graffiato mi faceva impazzire. In genere mi sono sempre piaciuti i cantanti melodici, rockettari sì ma con gusto, quindi David Coverdale, Joey Tempest, Jorn Lande, Mike Matjievic, James Labrie, Sebastian Bach, Freddie Mercury. Poi strano a dirsi adoro Stevie Wonder che ha avuto diverse influenze su di me, soprattutto nei passaggi che legano il rock al rythm ‘n’ blues, e poi se vuoi ti snocciolo una cosa piuttosto strana: sono un fan maniaco di Adriano Cementano, ho tutti i suoi LP e 45 giri incellofanati, e i relativi cd per ascoltare i vecchi album, tutti i film, tutti i libri. Adriano è il re del rock!

Cosa ascoltava da ragazzo Alberto Bastianelli, e cosa ascolta oggi?

Beh la passione per Celentano c’è sempre stata, uno dei miei primi regali è stato il 45 giri “Non se ne parla nemmeno/Il tempo se ne va”…magnifico…Ho ascoltato e ascolto tantissima musica, sono cresciuto con l’hard-rock degli anni ’80: mio cugino a 8 anni mi regalò 1984 di Van Halen e Appetite for Destruction e lì sono stato folgorato, poi con il tempo ho iniziato ad ascoltare il rythm ‘n blues, il soul…Faccio prima a dirti quello che non mi piace, ovvero l’elettronica, la fusion, il funky estremo, il cool jazz esasperato. Ho bisogno di sentire le melodie. Il cuore comunque rimane sempre orientato sul rock

Tu hai iniziato a tentare il Fato con i White Noise. Cosa ti ricordi di quei giorni e quali erano le tue aspettative?

Bellissimo periodo. Suonavamo tanto e bene a detta di quelli che ci venivano a vedere, e avevamo un nostro pubblico che ci seguiva e questo ci faceva sentire dei fenomeni, poi le ragazze che ci facevano i complimenti…è stato un periodo molto bello.

I White Noise poi diventano Eclypsa, cosa era cambiato nella band?

Siamo passati da cover band a gruppo che voleva anche proporre brani propri. È entrato Enrico Cifaldi, chitarrista di un certo spessore tecnico: allora facevamo brani originali in italiano e il nome nuovo ci sembrava più consono

La collaborazione con Enrico Cifaldi…cosa comportò quel rapporto e dove arrivasti allora?

Enrico è un grande chitarrista e un grande amico, abbiamo da poco messo in piedi una nuova band con cui vorremmo suonare quest’inverno, abbiamo fatto un mini-concerto il 12 giugno allo Stadio di Rimini e Enrico è ovviamente nel gruppo. Abbiamo una certa affinità per scrivere i brani, se poi il risultato sia buono questo lo lasciamo decidere al pubblico

Sopraggiunge poi la formazione dei Killing Machine, una delle prime vere e proprie tribute band italiane dei Judas Priest…continua tu…

I Killing-Machine è una band di matti, basta guardare come eravamo conciati ai concerti. Progetto molto divertente però. L’idea venne dopo che io, Cristian e Roberto (i due chitarristi) eravamo stati ad un concerto dei Pantera: pensavamo di mettere su una cosa quasi comica, invece al primo concerto si è presentata tanta di quella gente che il proprietario del locale ci voleva santificare!!! Abbiamo proseguito a fare qualche concerto perché è un modo per rievocare quella musica con cui tutti siamo cresciuti e per divertirci.

Rock Therapy Project, di cosa si tratta?

Questo è un discorso un po’ più complesso che vorrei affrontare magari in un altro momento dandogli lo spazio che richiede. In breve, io sono vice-presidente di un’associazione che raccoglie fondi per curare la fibrosi cistica, una malattia genetica degenerativa, e ho devoluto il 50% scaturito dalle vendite del cd appunto a questa associazione…ci sarebbe tanto altro da dire, ma come ti dicevo il discorso si farebbe un po’ lungo.

Arriviamo finalmente al tuo primo album solista, il bellissimo “I Still Rock”. Un disco ottimamente prodotto, cantato benissimo e altrettanto suonato. Vi si trovano dentro diverse sonorità, tutte accomunate dalla nostalgia e dalla passione, dall’AOR all’Heavy Metal di stampo tedesco e inglese, al class metal a brani più intimisti. Come è nato questo progetto, e cosa significa per te?

E’ stato il coronamento di un sogno. Ho sempre amato il canto, ho tentato di emergere con la passione e l’inesperienza di un ragazzino, mi si sono presentate alcune occasioni ma ero poco esperto, ho cantato a Castrocaro, poi all’Accademia di Sanremo, poi ho dovuto fare una pausa forzata di alcuni anni per un problema di salute, e quando tutto è tornato a girare normalmente, sono uscito con un album che dice “faccio ancora rock!”. Ho avuto alcune esperienze con produzioni italiane ma non mi ci trovavo troppo, non riesco a sentire il rock come lo intendo io cantato in italiano, per non parlare del pop. In Italia ci sono tantissimi artisti che fanno rock e pop-rock molto bene, ma io so che non sarò mai uno di loro. Mi piacciono tantissimo i Sonora: sarà folle ma mi ricordano i primi Bon Jovi-Sambora!!!

Che giudizi hai avuto da parte della critica specializzata?

Beh Marco, le recensioni te le ho fatte leggere tutte. Oltre ogni mia più rosea aspettativa! Non potevo chiedere di più. La tua, poi, è stata la primissima.

Hai preso contatti con etichette interessate al prodotto? Cosa ti è stato risposto fino ad ora?

Non ho preso ancora tanti contatti, per onestà posso dire però che quelle contattate non mi hanno ancora fatto sapere niente. E questo non è proprio un bel segnale.

Hai avuto un feedback da parte del pubblico?

Al pubblico è piaciuto e questa ovviamente è la soddisfazione più grande

Come ti sei trovato nelle orme di Toto e di Matijevic degli Steelheart?

I Toto per chi ama l’AOR, il rock, il prog messi insieme sono un gruppo che non può mancare tra l’elenco dei cd, c’è solo da imparare. Mike invece mi ha sempre colpito per la versatilità e la potenza vocale, è un mostro.

Quali sono le prossime mosse di Alberto Bastianelli? A cosa ti stai dedicando per adesso e per il futuro?

A livello artistico, come ti dicevo, appena pronta la nuova band vorrei riprendere a fare un po’ live unendo i miei brani a delle cover.

Le canzoni del tuo passato cantate in italiano, come quelle contenute in alcune tue demo, sono un esempio eccellente di come si possa comporre un rock italiano di grande rilievo: come mai non hai pensato di proseguire con cantato in lingua madre?

Perché non riesco ad esprimermi al meglio. Ho sempre ricevuto tanti complimenti per la mia cover di “Sangue Impazzito” e per altre canzoni, mi aveva anche firmato il cd Francesco Renga all’inizio della sua carriera solista. Però mi sembra di non essere proprio dentro ai brani, e poi mi trovo meglio a scrivere i testi in inglese, è una questione di suono delle parole.

Hai mai ricevuto offerte da parte di altre band che non fossero le tue per stare dietro al microfono?

Sì alcune, però io ho bisogno di molto spazio, come vedi scrivo i miei testi e le mie melodie, scelgo gli arrangiamenti. Un brano devo sentirlo mio, e per il testo è una cosa fondamentale, non sopporto le banalità scritte tante per trovare una rima.

Quali sono le canzoni che preferisci cantare tra le tue? Quelle che ti emozionano di più?

Ognuna è tratta da una parte della mia vita, quindi tutte.

Hai mai ricevuto commenti da parte di colleghi vocalist?

Sì certo, io per fortuna non ho mai subito l’acidità che scaturisce dall’invidia tra vocalist, devo dire che i miei colleghi sono sempre stati molto benevoli nei miei confronti.

Ok Alberto, la chiacchierata termina qui. Vuoi lasciare un messaggio ai lettori e ai tuoi presenti e futuri sostenitori?

Beh prima di tutto grazie di cuore per essere stato il primo ad avere recensito l’album e il primo ad avermi chiesto l’intervista. L’augurio che mi faccio sempre è quello di poter continuare ad emozionare le persone, se è successo per 10 e poi per 100 potrebbe succedere per chissà quanti. La musica fortunatamente è ancora un mezzo che fa vibrare l’anima e di emozioni positive sappiamo quanto se ne sente il bisogno.Grazie a tutti quelli che mi hanno permesso di emozionarli. Ciao Marco, grazie di tutto.

 

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