Alex Cambise (Massimo Priviero band)

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Mi permetto una nota personale. Svolgere questa intervista per me non ha avuto soltanto l’ovvia importanza di comunicare con un ottimo musicista e un valido produttore, ma c’è in essa anche il piacere di chiaccherare con un amico, con una persona che conosco anche nei suoi risvolti quotidiani, nelle piccole e grandi conversazioni fatte su cento e più argomenti. Prima di conoscerlo volevo solo intervistare un musicista stimato, che seguo a fianco del grandissimo Priviero; dopo, questa intervista è divenuta anche l’umile testimonianza della mia gratitudine, attraverso l’attenzione discreta che può tributare un appassionato recensore musicale. Dopo e accanto all’esperienza con Massimo Priviero, Alex sta cercando di emergere anche sotto il profilo personale. Io ho ascoltato in anteprima il disco solita che ha da poco finito di registrare, e il risultato è entusiasmante. In attesa che un’etichetta discografica, penso per fare degli esempi alla Blond Records o alla UDU Records, raccolga l’appello di Alex, vi lascio godere questa nostra chiaccherata.

1. Ciao Alex, Benvenuto su Rock In Italia. Entriamo subito nel vivo e cominciamo da lontano. Quando hai cominciato a suonare la chitarra e che cosa ti ha spinto a farlo?

Ho cominciato da autodidatta a dieci anni, scovando una vecchia chitarra classica sopra un armadio in casa di mia nonna (chitarra cha posseggo ancora). Passavo il tempo cercando ad orecchio melodie e riffs sul mi cantino, poi, a tredici anni ho intrapreso lo studio della chitarra classica con il M° Marco Taio, uno degli allievi prediletti di Alirio Diaz. Da lì sono passato allo studio del Jazz con il M° Giovanni Monteforte, intorno ai sedici anni. Cosa mi ha spinto?…. mah! La prima volta che la chitarra ha attratto la mia attenzione, era nelle mani di Mike Oldfield, e l’assolo era quello di “Moonlight Shadows”, era il 1983, avevo otto anni…

2. Che musica ascoltavi da ragazzo? Che influenze hai subito?

Ho sempre cercato di ascoltare ogni genere musicale, mi è sembrato da subito corretto conoscere più musica possibile e farsi influenzare da tutti i generi. Ma devo ammettere che in quegli anni l’heavy metal aveva la pole-position.

3. Quali chitarristi incontravano il tuo favore a quei tempi?

Mi piaceva molto Kirk Hammett (tra l’altro siamo nati lo stesso giorno), Yngwie Malmsteen, Jason Becker (purtroppo colpito da SLA, malattia che sto imparando a conoscere per motivi familiari). Ritchie Blackmore era probabilmente al top della lista.

4. Nei tuoi gusti musicali e nelle tue preferenze, è cambiato qualcosa da allora?

Tantissimo, ma noto con piacere che più che cambiati, si sono ampliati, nel senso che rimango sensibile a certe forme di rock duro, ma, ovviamente, raffinandomi come essere umano, entro in contatto con diverse espressioni, e sento che mi completano. Oggi non ho problemi a sentire un disco dei Bathory e subito dopo lasciarmi coccolare da Tom Waits o Willy DeVille.

5. Rimanendo in Italia, che cosa ascoltavi, rock e non?

Negli ’80 c’erano diverse forme di Rock, e non, che mi piacevano; per quanto bistrattati, trovo che gli ottanta debbano essere rivalutati. Mi ricordo gli Sharks, Vanadium, Stana Officina, Death ss, Bulldozer…..

6. Nel 1991 fondi la tua prima band B.K.p.D., con la quale incidi nel 1997 il primo album, “Se non ci fanno casini in dogana”. Cosa ti ricordi e cosa ti è rimasto di quei tempi? Come giudicheresti quelle prime esperienze?

Eravamo completamente a digiuno di qualsiasi esperienza in studio, ma la presenza di Marco Trantacoste, che allora produsse l’album, fece in modo che le sessioni creassero qualcosa di sensato, di sicuro tra me e gli altri componenti della band ( Davide Lacchini, oggi apprezzato batterista Jazz, Mauro Rota, fino a poco tempo fa bassista dei  “Figli di madre ignota” e il tastierista Fabrizio Tundo, oggi cardiologo) c’erano un’energia e una comunione di intenti, che mai avrei ritrovato nel resto della mia carriera; c’era quella purezza e quell’incoscienza che resero mitiche quelle registrazioni…e poi non eravamo niente male!!!

7. So che hai avuto anche l’opportunità di insegnare per anni musica ai ragazzi reclusi in carcere, al Beccaria di Milano. Ci racconti le tue impressioni su questa opportunità, e qualche aneddoto se ve ne sono?

L’esperienza fatta al “Beccaria”  mi ha segnato profondamente, i ragazzi che si incontravano allora erano molto diversi da quelli di oggi, erano spesso colpevoli di reati tra i peggiori, ma avevano una disponibilità ed un’apertura che oggi molti non hanno. La gioia di vedere, ad esempio, un albanese che neanche sa l’italiano, suonare un pezzo di Bob Marley o Dylan, o addirittura scrivere con te una canzone ed incidere un cd , come facemmo nel 1999, ripagava degli sbattimenti, degli stipendi, che già erano da fame, che non arrivavano mai. Vissi quel periodo con un’intensità tale, che, una volta smesso, mi ritrovai svuotato, mi ci volle tempo per riprendere a correre.

8. Hai lavorato anche con la tua compagna Lisa Petti. Com’è nata questa sinergia, che cosa ha comportato e cosa è diventata negli anni?

Lisa è una bravissima cantante di estrazione Jazz, ci conoscemmo nel 1996 ed iniziammo a collaborare per vari concerti. Solo anni dopo cominciammo a vivere oltre l’aspetto professionale, ed oggi, dopo varie esperienze live (ricordo le finali all’accademia della canzone di San Remo nel 2000) o in studio, Lisa vive il doppio ruolo di collega e moglie. Spesso ricopre anche il ruolo di impresario, sfruttando la sua innata comunicatività. Mi ricordo una volta in cui stavamo facendo una session in studio con Rita Pavone, e vidi questa icona della musica italiana quasi rapita dalla figura di Lisa, e passarono più tempo a parlare di spiritualità che a lavorare: questa è la forza del suo carattere. Se poi aggiungiamo la sua musicalità assolutamente naturale, il suo senso del blues e la capacità di trasmettere emozioni, capirai come, dopo il mio album, il mio impegno sarà nel produrre il suo primo cd solista, anzi, siccome sto cercando brani per lei, esorto tutti a mandarmi qualcosa, non si sa mai.

9. Come nasce la tua collaborazione con Massimo Priviero? Cosa vi ha legati?

Ovviamente conoscevo Massimo per la sua carriera di rocker e poeta, ma lo conobbi di persona al Beccaria nel 1998; in quella occasione, gli feci da fonico durante un one man show rivolto ai ragazzi reclusi. Ebbi la conferma di trovarmi di fronte ad una persona onesta e gentile, ma ferma nei suoi valori, esattamente come me la immaginavo. Nel 2001, durante uno show televisivo a lui dedicato, ci rincontrammo, e, piano piano, cementammo prima il rapporto umano e poi Massimo mi accolse nel suo staff ed incominciammo le registrazioni di quello che sarebbe diventato “Testimone”. Il resto, come si dice, è storia.

10. Che cosa ti ha colpito del suo modo e mondo musicale? Lo conoscevi già, immagino, eri un suo sostenitore?

Massimo allora era forse l’unico italiano che facesse rock in un certo modo, accostando energia e testi con una forte dose di poesia e di impegno. In quegli anni molti rocker “tifavano” per lui, era la dimostrazione che si poteva fare rock senza essere beceri. Non è un mistero che anche grazie a Priviero, gli anni novanta in Italia videro la crescita della scena rock, scena che oggi sembra rifiorire.

11. Come sono nate le prime canzoni assieme, e quali erano?

La prima canzone che scrissi con Massimo era un gospel (Hope), che finì in un disco che entrò in classifica nel 2005 (per la cronaca si intitola “Streets Of Gospel” edita da Edel).

12. “Testimone, “Dolce Resistenza” , “Rock & Poems” e “Sulla strada”: degli ultimi tre sei stato anche coproduttore, come mai questa scelta?

Mah! Dovresti chiederlo a Massimo…Per quel che mi riguarda, credo di avere la capacità di sentire i brani nel loro complesso, come produttore mi sforzo di essere rispettoso della voce e dello spirito del pezzo, non ho problemi anche a sacrificare il mio strumento, pur di trovare il giusto equilibrio. Col tempo penso di aver sviluppato un mio “suono”, che dovrebbe essere il traguardo di ogni musicista, e spero che questo venga apprezzato dalla gente e dagli artisti con i quali lavoro.

13. Come ti sei trovato a suonare rifacimenti di brani più che leggendari? E quali canzoni, invece, tra quelle nate dal 2001 ad oggi ti sono maggiormente care, e perché?

Per i rifacimenti credo che tu ti riferisca a “Rock & Poems”. Mettere le mani sui mattoni che hanno costruito il palazzo del Rock è emozionante da una parte, ma pericolosissimo dall’altra, sei sotto il fuoco incrociato della critica, e, anche se non sei direttamente nel mirino, sapere che il tuo lavoro viene apprezzato dagli addetti ai lavori e dalla gente è un’importante iniezione di fiducia. Per quel che riguarda gli “originals”, sono molto affezionato a “Dimmi dove sei” che fa parte del mio nuovo album, e che è stato il primo tentativo di scrivere con Massimo in lingua italiana.

14. Secondo te, chi sceglie la strada di un rock in lingua italiana si trova di fronte a difficoltà maggiori rispetto a colleghi che scelgono altre vie?

Assolutamente. So di dire cose trite e ritrite, ma il rock ha forme ritmiche tali da mal adattarsi alla lingua italiana, così povera di parole tronche. L’italiano necessita mediamente di più spazio per dire le stesse cose rispetto all’inglese, ma la sfida continua…

15. C’è un pregiudizio in Italia nei confronti della musica rock? E se sì, come mai?

In Italia Il Rock è visto come musica del disimpegno, in netto contrasto con l’intellettualità dei cantautori. Negli anni, invece, artisti come Massimo Priviero o Bubola hanno dimostrato che il rock può e deve essere ricco di contenuti e denuncia.

16. Che cosa rappresenta per te la parola “rock”? E qual è l’eredità più grande che ci ha lasciato in questi 50 anni?

Ogni epoca del rock e coincisa con un nuovo livello di libertà conquistata. Dai primi vagiti dei ’50, alla rivoluzione dei ’60, alle vittorie dei ’70, ogni decade ed ogni cambiamento dei diritti civili, ha visto la sua colonna sonora che era sempre rock: Elvis, Dylan, Hendrix, sono solo la punta dell’iceberg. Se dovessi accostare una sola parola al rock userei il termine “Libertà”.

17. Torniamo alla tua carriera. Hai da poco terminato di registrare il tuo primo album solista. Che riferimenti ti sei posto nel comporlo? Cosa rappresenta per te questo percorso individuale che vuoi cominciare?

Il mio album è praticamente finito, devo solo chiamare qualche ospite a finire il lavoro, sicuramente ci sarà Massimo Priviero e sono in contatto con altri, il titolo sarà probabilmente “BakhitaBlues”, in onore di Santa Maria Bakhita, e conterrà 12 brani che spazieranno dal Rock al Blues, dal Folk al Jazz. Il suono sarà scarno ed essenziale, quasi da demo, perché voglio vedere se i brani reggono da soli, con pochi strumenti ed orpelli a sorreggerli. Dopo tanti anni di lavoro con grandi artisti, mi sento pronto ad uscire allo scoperto, sopportando in prima persona  la pressione e l’attenzione della gente; per me è quasi come rinascere, vedremo dove mi porterà la mia strada…

18. Il disco mi è piaciuto moltissimo. Ad un primo ascolto si avverte una forte impronta rock, l’influenza di Massimo Priviero, specie l’ultimo, ma anche di Marco Conidi, Ruggeri e Massimo Riva. Quali artisti italiani ti hanno lasciato qualcosa d’importante? E delle influenze jazz e folk che fanno capolino che mi racconti?

Tutti gli artisti che hai menzionato sono importanti, li stimo tutti, e se senti echi della loro musica nella mia…beh, probabilmente hai ragione. Diciamo che tutta la musica che ho ascoltato, anche quella che non mi è piaciuta, mi ha influenzato in qualche maniera e da chiunque c’è da imparare…Per quanto riguarda le influenze jazz e folk, posso dirti che, come ho detto, ho sempre studiato e suonato jazz e soprattutto blues, mentre il folk l’ho approfondito grazie a Massimo che mi ha indirizzato verso certi artisti, che ora stimo e che hanno arricchito il mio background.

19. Vuoi presentare brevemente ai lettori ogni brano del tuo album, con riferimento sia alla musica che al testo?

1)   OLTRE IL TEMPO: il brano è dedicato a Primo Levi, con tutto quello che ne consegue.

2)   DIMMI DOVE SEI: testo di Massimo Priviero, un’invettiva contro chi detiene il potere a tutti i livelli. Musicalmente è una cavalcata rock che esplode in uno degli incisi più coinvolgenti dell’album.

3)   DIOGENE NEL FANGO: è l’episodio più commerciale dell’album. Il testo parla di noi artisti e del prezzo che facciamo pagare a chi ci sta vicino a causa del fatto che spesso viviamo nei mondi che noi stessi creiamo ad uso e consumo della nostra creatività.

4)   S.r.l.: un brano tratto dal mio debut album del 1997. Il pezzo è rimasto pressoché identico all’originale, solo attualizzato nei suoni. Ho voluto mantenere l’atmosfera malinconica del testo, praticamente dettatomi da mia nonna nei suoi ultimi giorni.

5)   CALORE D’AZZURRO: altro brano rock, con testo incentrato sui fallimenti della vita che si accumulano nei nostri cassetti.

6)   FIORI D’ACCIAIO: è quasi la continuazione di “Calore d’azzurro”. La vita continua inesorabile, le generazioni si succedono…

7)   LACRIME: altro testo di Massimo Priviero, poesia pura. Mi piaceva l’idea di un acustico che crescesse d’intensità. Spero d’esserci riuscito.

8)   FACCIA DI PIETRA: ballata in ¾. Il testo parla di tutti coloro che vendono i propri ideali per denaro, fama, potere.

9)   ORE PICCOLE: altro reprise dal primo album. Un blues jazzato che racconta la vita dei musicisti non baciati dalle Hit Parade, tutt’altro che rose e fiori.

10) DIECI PASSI: il pezzo più waitsiano del cd. Spero che questi fiati sgangherati da “Esercito della salvezza”, riescano a ricreare ”l’Anus Mundi” che descrivo nel testo, dove il barista in questione siamo noi che osserviamo le nostre miserie.

Mancano altri due pezzi che sto ultimando, e che quindi saranno una sorpresa per chi vorrà accostarsi al mio lavoro.

20. Sei riuscito a trovare un’etichetta interessata a produrlo? Vuoi fare un appello?

In verità aspettavo di finire il cd prima di propormi ad etichette, in modo da fargli avere il prodotto già pronto e subire meno pressioni in termini di realizzazione. Ora sono in dirittura d’arrivo, ed è il momento di avviare i contatti, per cui…fatevi avanti!!!

21. Cosa spera Alex Cambise per il futuro? Quali sono i tuoi sogni di uomo e di musicista?

Sogni non ne ho, vivere di quello che faccio è già un miracolo che spero duri. I sogni sono altri: pace per tutti, pane per tutti, giustizia per tutti, ma non basteranno venti vite per vederlo realizzato.

22. Cosa ti fa arrabbiare e cosa ti commuove?

Mi fa incazzare la stupidità di chi ci governa, o meglio, il menefreghismo, l’incapacità di capire le potenzialità della nostra nazione e dei suoi abitanti. Abbiamo così tanta storia e così tante bellezze naturali ed artistiche, che gli italiani potrebbero stare fermi tutto il giorno aspettando turismo da tutto il mondo, invece chiudiamo i musei, roviniamo spiagge e mari, ed invece di investire nel terziario e nel piccolo artigianato d’eccellenza (pensa solo alle piccole sartorie che vendono in tutto il mondo) buttiamo i soldi per mantenere Alitalia, Fiat ed altri pachidermi che l’estremo oriente ha già disintegrato sul mercato. Mi commuove invece il coraggio di una famiglia che va avanti nonostante la cassaintegrazione, o la dignità di qualche pensionato che non c’è la fa più e lo trovi alle mense della Caritas…vorrei poter fare qualcosa…

23. Quali sono i prossimi appuntamenti per chi ti segue? Seguirà un tour per il nuovo album di Massimo Priviero?

Massimo sta preparando il  nuovo tour, che, come da qualche anno, avrà anche un’appendice acustica; io nel frattempo, oltre alle prove per la date a supporto del mio album, sto preparando, con Lisa e con il drammaturgo Giuseppe Scutellà, uno spettacolo teatrale basato sul songbook dei Beatles, e sarà una vera sorpresa, una sorta di “Codice Da Vinci” ambientato nella storia dei “Fab Four”. Per info andate pure su www.myspace.com/alexcambise, che a  breve aggiornerò per l’uscita dell’album e per lo spettacolo teatrale.

24. Alex, la piacevole chiacchierata termina qui. Puoi lasciare un messaggio ai nostri lettori e ai tuoi sostenitori, mentre io ti saluto e ti ringrazio la tua disponibilità.

Ringrazio te e ti esorto a continuare sulla dura strada del rock in Italia.

Ai tuoi lettori, invece, chiedo solo di supportare la scena italiana, perché tanti artisti e nuove voci, si stanno dando da fare per creare una nuova corrente e un nuovo fermento, in questo momento di crisi, c’è lo spazio per una nuova musica, aiutateci.

 

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