Axton – Bad Desire

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Nello sconfinato quanto florido sottobosco heavy metal italiano esistono tre band che non hanno mancato di tenere viva l’aspettazione degli appassionati per le uscite che li riguardano negli ultimi tempi: i Revenge, il cui eccezionale Archives è stato recensito in queste pagine di recente, i napoletani Loadstar, il cui infuocato heavy metal brama la pubblicazione ufficiale da tempo immemorabile (ed è difatti avvenuta proprio pochi giorni fa), e gli Axton di Lecco, fulgida creatura dallo scintillante class metal. Band storiche, ai vertici delle preferenze e dei giudizi di critica e pubblico, meritatamente.

E sono proprio gli Axton i protagonisti di questa pagina. Amante dell’hard’n’heavy melodico ma corazzato, in febbrile attesa da mesi, investito dalla luciferina rivelazione di un prelibatissimo affresco musicale, il recensore di turno qui presente dovrà tenere a freno la libido e, facendo attenzione a non far sentire ai lettori le sue urla di esaltazione, muoversi all’analisi del disco. Bad Desire, originariamente pubblicato nel 1990 per la Minotauro Records, viene qui riproposto in una ricca edizione, con tutto il materiale rimasterizzato in digitale, foto a colori, testi, informazioni sulla band e quant’altro giovi all’accuratezza dell’operazione. A ciò si aggiunga il prezioso inserimento del ricercato demo “Time To Kill” del 1987, già ammirato dagli appassionati dell’epoca. Se le canzoni del demo presentano un heavy metal convenzionale e tradizionalista d’ispirazione NWOBHM, comunque superiore a molti degli italici epigoni dell’epoca, “Bad Desire” si addentra nelle scorribande cromate e melodiche del class metal di scuola tedesca, tra Victory e Bonfire, Scorpions e Axxis.

Danze aperte, quindi, dal riff arrogante e sfacciato di “Symbol Of My Sex”, mid-tempo roccioso dalle ottime melodie vocali, seguito dal corale cromatismo di “Don’t Break My Heart Again”, dal fantastico refrain. “Fighting To Survive” e “Final Warning” restituiscono corazzati up-tempo pieni di adrenalina, sulla scia di Accept e Scorpions, dove brilla lo splendente lavoro delle chitarre di Ed D’Amico e Renzo Parchetti e i ritornelli sfavillano in alto nei cieli della melodia più trascinante, al pari di “Turn Off The Light”, dalla velocità moderata ma carichissima in sede di riff e assoli (tutti notevoli, agguerriti e taglienti, oltre che perfetti nell’esecuzione). È la batteria di Luciano Sandrini che sostiene il muro sonoro di “Turnin’ Wheels”, dotata di un ritornello e una linea vocale talmente coinvolgenti che la loro forza aprirà anche le vostre casse. “Nightheart” prosegue lo sferragliante attacco della band di Lecco con un riff mastodontico, al pari delle successiva asprezza delle vigorosa “Snake Eyes”, mentre “One Last Time” riempie l’aria del romanticismo accorato di una ballad intessuta dal sempre eccellente lavoro delle chitarre e da una performance di Marino Gianoli davvero emotiva. C’è anche spazio per un momento di svago vernacolare: “Blond Woman (La Dona Biunda)”.  Senza pausa, si ritorna al 1987 con i brani presi dal demo Time To Kill, dai tratti più tradizionali: un heavy metal energico, irruente e fiero, messo in mostra dalla pressante “Lucifer”, dalla dinamitarda “Wild Fire”, dalla furia simil-teutonica di “Heavy Metal” e dalle ascendenze propriamente NWOBHM di “Can’t Get Away” e della fantastica, quasi epicheggiante, “Heroes Die Alone”. “When The Night Is Coming Down” regala un ottimo momento soft non privo di pregevole carica di orgogliosa emotività, mentre la veemenza conquistatrice di “Redlight Boys” chiude questo prezioso mosaico.

In attesa che la prodiga Heart Of Steel Records ristampi anche Like A Thunder, consiglio per decreto immediato l’assoluta obbligatorietà dell’acquisto di questo album per gli amanti della via italiana all’heavy metal. Si tratta di alcuni dei migliori episodi di sempre nella storia del rock duro nazionale, e la convergenza di un disco già prioritario e di una demo irrinunciabile fanno di questa ristampa una pubblicazione di vanto.

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