Lothlòrien – Come le foglie

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Lothlòrien è il progetto musicale aperto di un solo uomo, il cantautore e polistrumentista Lucio Auciello, che l’ha fondato nel 1999.

“Aperto”, perché Lucio, pur essendo il mastermind che tiene le fila e detta le coordinate della band, non manca di avvalersi di valenti musicisti di supporto, capaci di dare lustro e concretezza alle sue idee. Questo “Come Le Foglie” è il terzo capitolo discografico del gruppo, e, a detta della band, segna l’inizio di un nuovo percorso artistico.

Si tratta di un mini cd composto da sei brani, strutturati sulla base di riferimenti primari che si rifanno al prog rock italiano degli anni settanta e certo garage rock anglo-americano a cavallo tra fine sessanta e inizio settanta.

Apre l’album la dichiarazione d’identità “Lothlòrien”, una vibrante esortazione all’ascoltatore a doppio livello, ora ad un ascolto critico della propria musica, ora ad una più generale ricerca di identità rabbiosa sugli inganni del mondo. La canzone coniuga brillantemente il prog eterodosso di scuola Colosseum e l’hard rock febbrile del primo Alice Cooper, caratterizzandosi per vocals urlate ed essenziali che ne catturano intensità e atmosfera.

Più regolare melodicamente e con un profilo stilistico meno netto che ne amplifica le possibilità di interpretazione, è la successiva “Come Le Foglie”. Brano maturo e arrangiato con sapienza, con chitarre corpose e penetranti, la title track sa condurre l’ascoltatore in quella linea di confine tra realtà appresa e sogno ragionato, dove ad una riflessione amara che si chiude ne corrispondono cento possibili che aprono nuove vie. Tutto concorre a sintetizzare vecchie eredità e recenti prospettive, in un suono globale che, nella congiunzione tra antico e moderno, traccia la personale cifra stilistica dei Lothlòrien.

Segue la strumentale “Attraverso il deserto”, altalena prog ricca di suggestioni, con momenti di umile oscurità e altri di discreta apertura solare, turbinosa come la parabola di una foglia al vento. Di grande gusto la prova delle chitarre ed efficace il supporto ritmico.

Il più versatile hard rock originario inglese degli anni settanta (Uriah Heep e Ufo) e il prog italiano (PFM) gettano la loro ombra nella carambola chitarristica di “Sul dorso della tigre”, brano incalzante sostenuto da ottime, irrigidite chitarre e costruito su un testo astringente e pessimisticamente ecumenico. In “L’altro In Me”, sull’onda di una tradizione letteraria cara alla nostra scena rock, Lucio canta l’inquietudine di un io sdoppiato, di un io indeciso e perso nell’inflazione della quotidianità, tra Pirandello e pop-rock progressivo con pregevoli prove di una chitarra quasi lirica.

Banco di prova di performance strumentali di grande rilievo per ognuno dei musicisti coinvolti, la conclusiva “Il Cerchio del Tempo” rivendica il passato e guarda al futuro, tra “petali e polvere”, condensando tutte le anime della band in un heavy rock teso e urgente dove spiccano chitarre affilate e percussioni nervose. L’album si chiude in un’implosione repentina, come a voler sottolineare che la storia non finisce qui, non è stato ancora tutto detto, questo è solo l’inizio, un inizio a cui Lucio non mancherà di offrire nuove note attraverso cui disseminare la propria attiva malinconia e l’interrogativa rabbia di una voce e di una chitarra inconcusse.

 

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