The Rocker – Italian Bastards

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Ho atteso questo disco di debutto con trepidazione e altissime aspettative. I tempi dell’attesa sono stati, ahimè, lunghi e tribolati, anche se devo riconoscere non lunghi e tribolanti quanto lo sono stati quelli per questa recensione. Chi ha l’abitudine a scrivere sa perfettamente che quando qualcosa o qualcuno ti colpiscono in modo definitivo è ancora più difficile fissarne le lodi in parole scritte, tale è la pienezza e la soddisfazione che avverti. Non c’è nulla da aggiungere, nulla da dire, e non serve neanche spiegarlo, è lì, tutto lì, basta conoscere, basta ascoltare, nel nostro caso.

Perché le mie aspettative erano così alte? Perché i The Rocker non sono altro che il progetto rock’n’roll di alcuni dei migliori professionisti della scena rock italiana e non solo. Dietro il microfono, infatti, troviamo Edoardo Arlenghi, vocalist dei magnifici Riff Raff (LA storica tribute band degli AC/DC); Walter Caliaro, giovane ed esplosivo talento chitarristico già al soldo di Edge Of Forever e Riff Raff; Fortunato Saccà, bassista dalle molteplici esperienze (Tozzi, Ruggeri e altri) e dotato di gran gusto ritmico; Francesco Jovino, nome che vola altissimo tra i drummers nostrani, fiero della militanza in band quali Edge Of Forever e U.D.O.

A completare lo scintillante organico, sono stati chiamati, in tempi più recenti, due nomi che vorrei tanto non avessero bisogno di alcuna presentazione: Mauro Palermo, storica ascia degli Sharks, e paladino nelle scorribande di Massimo Riva, Vasco Rossi e Simone Tomassini; e Ramon Rossi, gigante della batteria rock italica, che ha prestato i suoi preziosi servigi alla corte di innumerevoli artisti, tra i quali ricordiamo Massimo Priviero, Animali Rari, Carlo Cori, Exilia e Glenn Hughes.

Venuto a conoscenza di quanto espresso da altri critici e recensori, sembra che la band sia appiattita sul riferimento al gruppo monumentale del quale, sotto altro nome, sono la migliore tribute band in circolazione, cioè gli Ac/Dc. Ed è una cazzata. Gli elementi e i tasti dei The Rocker, benché più che ovviamente risentano dell’influenza dei Canguri, sono molto più ampi e il loro infuocato rock’n’roll è capace di superare la sfida di una proposta personale, non senza evocare altresì necessarie eredità.

Potrei farvi i nomi dei Motorhead, dei Cinderella, dei Poison, dei Misfits, degli Airbourne, dei Motley Crue, degli Wasp, e ancora di Alice Cooper e degli Hanoi Rocks, ma la verità è che troverete tutto ciò in una cornice globale omogenea, senza cali di tensione, senza dispersioni, che vi restituirà il profilo veritiero di una band grande, sincera e fottutamente personale, un commando fiammante che dal vivo, ne sono certo, vi farà perdere tutti i capelli o ve li farà ricrescere, a seconda della bisogna.

Il baccanale vizioso è inaugurato dalla scoppiettante “Pure Rock n’Roll Never Dies”, inno rock stradaiolo del nuovo millennio, con un Edo Arlenghi fomentatissimo e una ritmica sostenuta che sorregge un refrain da manuale, al pari del riff della successiva “No Rules”, un’arrembante rasoiata che vi lascerà senza fiato. La title track spicca per l’irriverente ironia del testo, che prende alla berlina i luoghi comuni con cui l’Italia è conosciuta all’estero: parole stese su un tappeto ritmico inarrestabile e un riffing robusto che facilitano l’aggressività delle vocals. Singolare e notevole l’assolo. La successiva “God’s Not Hate” predilige un approccio decisamente più brutale, e, mentre la sezione ritmica intesse un muro di suono quadratissimo, la chitarra e le vocals restituiscono un clima di rabbia e disperata coscienza che non lesinano interventi più che laceranti, soprattutto riguardo alla performance di Edo Arlenghi, sanguigno e incazzatissimo.

È lo stesso Edoardo a riportarci in una dimensione più spensierata, con la semi-ballad “To A Friend”, capace di coniugare sensibilità sonora moderna e influssi cinderelliani dei bei tempi. Da sottolineare la bellezza dell’assolo, morbido e narrativo nello stile di Slash.

La rullata iniziale di “Here For Today” risuona di echi heavy metal che riconducono l’album nelle linee stilistiche stradaiole che più gli sono congeniali, mentre l’ombra di Angus Young aleggia sul riff di “Little Angel”, dove Edoardo e Walter confermano senza inganno la loro viva e licenziosa vena hard. “Motorocker” riattualizza vecchie ma sempre efficaci liturgie del popolo e dell’immaginario rock, sia in sede di liriche che di riffing. La sezione ritmica pompa incontenibile ed Edoardo si abbandona a vocalizzi sapientemente affilati. “King For A Day”, nella quale spicca la partecipazione di Sebo Xotta, è una delle tracce più tangenziali del disco, nella quale prevalgono sonorità più moderne, più pesanti e cupe nel riff portante, a metà strada tra Black Label Society e sludge metal. Un’eredità remotamente sudista che si avverte anche all’inizio di “Confortable Disease”, sebbene in ben altre forme, pronta ad esplodere in un accattivante e melodico hard boogie che diverte e travolge. Dopo l’alcolico hard rock di “Hungry For Fame”, giunge la deliziosa e raggiante ballad “Bye Bye To The Sadness”, intensa e catartica nella sua carezzevole forza liberatrice: un piccolo grande gioiello con un emozionante Arlenghi. Poste a chiusura delle elettriche scorribande del gruppo troviamo due riconoscimenti ai leggendari alfieri che hanno insegnato al mondo una certa attitudine di intendere e vivere il rock, gli Ac/Dc, qui richiamati con le storiche dichiarazioni di “It’s long way to the top (if you wanna rock’n’roll)” e “Rocker”, poste a sigillo, assieme al coro di “Italian Bastards”, come a ricordare che qui si fa sul serio, si gioca col fuoco, duri e puri.

Se dovessi utilizzare una sola parola per tutto l’album, direi “irresistibile”, tanto che a fatica non ritornerete ad ascoltarlo, e ascoltarlo ancora, e ancora e ancora…nel vostro stereo, in macchina, in viaggio, nella festa e nel relax, buono e sempre calzante come il miglior bicchiere della vostra bevanda preferita. A distanza di mesi e dopo centinaia di ascolti, mi posso permettere tutte le libertà senza timor di smentita: a fronte del suo approccio libero e libertino, “Italian Bastards” è un disco che merita di entrare nei migliori cataloghi e nelle più fulgide memorie della discografia italiana; giovane, ma già storico, capace di imporsi in virtù di una produzione efficacissima, di una freschezza compositiva di altissimo rilievo, di una performance globale perfetta, carica e invidiabile, e di un’irruenza rock che non perde, né perderà, slancio e potenza allo scorrere dei mesi e degli ascolti.

Le mie aspettative erano alte, i The Rocker hanno saputo fare di meglio e di più, consegnando, per una volta semplicemente, uno dei migliori dischi pubblicati nel 2010, in Italia e nel mondo.

 

1 comment for “The Rocker – Italian Bastards

  1. Francesco
    6 giugno 2012 at 10:28

    Un grande disco veramente rock’n’roll!

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