Alberto Donatelli – Arcobaleno Di Profilo

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Fortunatamente per me, il mondo forse un po’ troppo sommerso del rock italiano non smette di regalarmi novità e scoperte.
”Arcobaleno di Profilo” è il quarto album del cantautore e chitarrista romano Alberto Donatelli, uscito a tre anni di distanza dal suo ultimo disco, “Non Calpestare il mio giardino”.
Indipendente, sognante, ora ruspante ora dolce, ora intimistico ora arrabbiato: Donatelli ha tutto un mondo da raccontare, sospeso tra melodie radiofoniche e asprezze urbane.

Le prime note del disco servono a rompere il ghiaccio nel modo più duro, con le chitarre di “Rock On”. “Dire la Verità” stabilisce fin dal principio le coordinate dell’intero album, che si ritrova pienamente in linea con la tradizione del rock italiano, tra i Negrita e Filippo Malatesta. Bel pezzo e più che gradevole l’assolo di Roberto Franzò.
Meno immediata all’ascolto, “Piove Odio” smorza la tensione avvertita all’inizio, e tocca alla successiva “Non avevo bisogno” ritornare sulla strada del pop rock melodico ma sanguigno, tra Goo Goo Dools e Ligabue. In effetti il brano sembra la versione più spigolosa e arrabbiata del cantante di Correggio. Davvero ottimo il lavoro delle chitarre e azzeccati gli stacchi più abrasivi.

E qui si apre una parentesi controversa: i riferimenti ai due maggiori cantanti di quella che viene considerata la via italiana al rock, Vasco Rossi e Ligabue, sono ripetuti e molteplici.

Comprensibilmente, vista la mia passione, so bene che in Italia esistono decine di artisti e di bands rock in grado di spazzare la discografia o almeno gran parte di essa dei due grandi nomi.

Alberto è bravo, ispirato, genuino e ricco di inventiva e sono convinto che sarebbe capace di fare anche meglio se si liberasse dell’eredità così marcata di altri artisti, personalizzando maggiormente la propria proposta, anche e soprattutto negli echi della sua voce, nel timbro.

Sinuoso l’arrangiamento di “Siccome Sei”, semi-ballad d’atmosfera dai toni amari, pregna di coloriture chitarriste evocative e nostalgiche che bene sostengono l’aspra voce del nostro.

L’ombra di Vasco Rossi si fa sentire nella rock e incalzante “Quello che mi pare”, sorretta da un roccioso riff e da un piacevolissimo e sapiente lavoro della sezione ritmica. Siamo di fronte ad un testo che pesca a piene mani nell’immaginario liturgico del rock, internazionale e nazionale, con le sue sconfitte, i suoi orgogli e la sua necessaria irriverenza.

La successiva “Claudia” può essere definita in un solo modo, bellissima: bellissima nell’inciso, coinvolgente e accorata nel ritornello, deliziosa nei suoi discreti tocchi chitarristici, leggerissimi, e dolce nell’interpretazione di Alberto.
Ricorda l’ironico blues di Andrea Mingardi “Ti hanno detto (oh yeah)”, anche se dotata di maggiore melodia rispetto ad una più canonica cornice easy blues. La canzone comunque è un affresco delizioso e divertente.

Chitarre penetranti e sezione ritmica sugli scudi per “Sangue”, rock di qualità su testo efficace e duro e assolo di chitarra di rilievo.

Facile all’ascolto, forse troppo, la successiva “Un altro emisfero”, una ballata molle e banale che non cattura e abbassa l’attenzione all’ascolto, che non recupera carne e consistenza neanche con “È tutto qui”: siamo nell’ambito della mediocrità melodica tipicamente ligabueana, dove le intenzioni non si fanno concrete realizzazioni e abbassano il tiro delle opportunità.

L’ariosa “Credo Che” torna a tappezzare la tela del disco di colori più gradevoli, specie nel ritornello e nella tessitura chitarristica, ma manca di sostanza fuori da essi.

Un vento americano ci porta all’ultima “8 Stagioni (Gun Version)”: qualcuno direbbe che si sente forte la vena di Ligabue, io preferisco riferirmi agli accenti meno impegnati e maturi di Massimo Priviero.

Sfuma il disco e rimane nell’aria l’eco di un prodotto che presenta tanti momenti vincenti, belle canzoni, ottime performance e una grande forza vitale, uno sprizzante senso di libertà.
Come scritto già, l’unico limite è rappresentato da un legame troppo stretto con nomi storici, sempre più di facile consumo e con sempre meno qualcosa da dire e da dare.
Al contrario, chi possiede, come Alberto Donatelli, una vena produttiva felice dovrebbe impegnarsi a rendere definitivamente “suo” il lavoro, a sviluppare con contorni netti la propria cifra stilistica senza cedere alle tentazioni. La strada è quella giusta, la stoffa è di quelle pregiate e l’abito attende di essere ricamato con tutte le possibilità date da una maturazione che non è ancora arrivata al traguardo, ma è vicina.

  • Artista: Alberto Donatelli
  • Titolo: Arcobaleno Di Profilo
  • Anno: 2012
  • Genere: Rock
  • Etichetta: AD Music
  • Sito: www.albertodonatelli.it
  • Myspace: www.myspace.com/donatellialberto

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