Shake Me – L’inquietudine

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Shake Me è il progetto discografico di Luca Albarella nato nel 2009, e questo “L’inquietudine” è il primo album della band salernitana.
Il sound della band nasce dal connubio di diverse anime, principalmente un’eredità hard’n’heavy sposata alla tradizione del rock italiano di scuola Litfiba e alcune lontane ascendenze power blues.
Prima di scendere nei dettagli dei singoli pezzi voglio mettere in rilievo due aspetti: il primo riguarda la produzione efficace, in grado di dare un adeguato risalto alla trama sonora dell’album; il secondo interessa l’emergere costante di una maturità compositiva e di una completezza di idee che emergono lungo tutto il corso del disco, con arrangiamenti più che ben fatti.
L’incipit dell’album è già fiammante, con le chitarre potenti di “Ombre”: un’evocativa arena musicale eretta sulla roccia, dentro la quale la non meno poderosa melodia del pre-chorus e del ritornello catturano l’attenzione dell’ascoltatore con grande personalità, in una ri-attualizzazione dei Litfiba più robusti.
Giunge in una subitanea detonazione l’incalzante e nervosa “La sua preda”, felicissima nel bridge che conduce verso un vigoroso ritornello: l’intera canzone è sorretta da chitarre aggressive e penetranti, con riff di vitaminico rock’n’roll che potrebbero essere mutuati dai Motorhead meno veloci e più monolitici.
Ugualmente forti ma decisamente virate verso una melodia che non potrebbe fare a meno della tradizione italiana sono le chitarre di “Insidie”, canzone che potenzia i Negrita e piazza un ritornello di grande facilità d’ascolto che vi ritroverete a canticchiare dopo pochi ascolti.

Di gran gusto le soluzioni chitarristiche che formano il manto sonoro di “26/06”: lo sposalizio di tutti gli elementi della canzone trionfa nel perforante ritornello, meritevole di una rotazione radiofonica dai potenziali felici effetti.

Il durissimo riff heavy metal di “Ladro di Sogni” alza la concentrazione di energia del disco, confermando quanto il connubio tra la voce e i testi di Luca Albarella e le chitarre di Joe Nocerino siano in grado di integrarsi perfettamente, un elemento a sostegno e completamento dell’altro.

Tornano le ascendenze Litfiba con la successiva “Schegge di Cielo”, canzone dal flavour sinuoso in regola col testo. Sappiamo bene quanto non sia semplice adattare le trame rock ad un utilizzo della lingua italiana che vada oltre le più semplici formule; nota di merito, quindi, a Luca Albarella e ai suoi testi che poco avvertono questi limiti.

L’hard rock solido di “Angeli Stanchi” conferma la continuità della felice vena compositiva degli autori, con chitarre in primo piano entro le quali si incastra un altro ritornello coinvolgente, il tutto sorretto da una rocciosa sezione ritmica.

Piacevole sintesi di vigore hard rock americano e italianissima melodia è la ballad “Amnesia”, mentre la consecutiva “L’Oblio” inietta steroidi rock’n’roll nei Litfiba del periodo Cabo.
E qua godo, godo non perché la canzone si chiama “Danza Erotica”, ma perché la stessa è costruita su ottime trame direttamente figlie dell’hard blues, nonostante la linea melodica non rinunci alla sua apertura italica. Un plauso al lavoro delle chitarre.
Ultima scintilla di rock duro stradaiolo, “Lacrime nel Cuore” chiude il disco senza aggiungere nulla rispetto a quanto sentito fino ad ora (ritornello trascinante e ultimo ottimo assolo), prima di lasciare l’ultimo spazio rimasto ad un tributo che è già nelle corde della band, i Litfiba, qui richiamati con la cover di “Animale di Zona”.
C’è forse qualcosa nell’aria, ma in questi mesi ho ricevuto albums che raccontano di una scena rock italiana viva e coraggiosa, nonostante sia poco considerata dall’informazione generalista.
”L’inquietudine” conferma questa impressione e ne innalza la qualità: il disco suona benissimo, è compatto, ha pochissimi abbassamenti di tono e mostra senza ambiguità musicisti con idee chiare e mature e un autore, Luca Albarella, pienamente a suo agio e già quasi giunto ad una compiuta personalizzazione della proposta. C’è solo qualche perplessità per alcuni passaggi vocali e l’unico invito che posso fare è quello di prestare maggiore attenzione alle performance dietro il microfono.
Dischi come questo fanno bene e mi fanno bene e spero che possano trovare un seguito di ascoltatori e una continuità di carriera.

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